Spegnerla non è magia: è infrastruttura
L’idea che Internet sia per sua natura incontrollabile è una delle illusioni più dure a morire. È comoda, rassicurante, ma sempre meno aderente alla realtà. Negli ultimi anni abbiamo visto come l’accesso alla rete possa essere limitato, degradato o interrotto in modo selettivo. Non per errore, non per incidenti tecnici, ma per scelta.
Chi segue questi temi da tempo sa che il controllo delle comunicazioni non passa solo dai contenuti, ma sempre più spesso dall’infrastruttura stessa. Quando la rete è progettata per essere governabile, non serve intervenire su ogni singolo messaggio: basta agire a monte.
Il caso dell’Iran è uno degli esempi più chiari di questo modello, soprattutto dopo il blackout nazionale iniziato l’8 gennaio 2026.
🧠 Internet non è magia, è architettura
Internet viene spesso raccontata come una rete distribuita e resiliente. In teoria lo è. In pratica, tutto dipende da come è stata costruita a livello nazionale.
Quando i punti di uscita verso l’esterno sono pochi, gli operatori sono fortemente regolamentati e il routing passa da snodi centrali, la rete smette di essere neutra. Diventa un’infrastruttura controllabile, paragonabile ad altre infrastrutture critiche come l’energia o le telecomunicazioni tradizionali.
In questi contesti la libertà digitale non scompare improvvisamente, ma viene concessa a determinate condizioni. L’accesso esiste, ma non è più garantito in modo incondizionato.
🔌 Lo shutdown non è totale, è selettivo
Uno degli errori più comuni è immaginare il blackout come un evento binario: Internet acceso o spento. Nella realtà lo shutdown moderno è molto più subdolo.
La rete può restare formalmente attiva e allo stesso tempo diventare inutilizzabile. Connessioni instabili, servizi esterni irraggiungibili, piattaforme che caricano a metà, messaggistica che funziona in modo intermittente. Dal punto di vista dell’utente non c’è un momento preciso in cui Internet “sparisce”, ma una lenta perdita di funzionalità.
Questo approccio è efficace perché riduce l’impatto immediato e rende più difficile dimostrare che sia in atto una censura strutturata. Non serve spegnere tutto: basta rendere la rete inaffidabile.
🛰️ Reti alternative e tentativi di aggiramento
Quando l’accesso tradizionale viene limitato, emergono inevitabilmente tentativi di aggiramento. Reti anonime, strumenti decentralizzati, canali alternativi. È una dinamica che si ripete ogni volta che il controllo aumenta.
Queste soluzioni possono offrire margini di manovra, ma non vanno mitizzate. Non sono invisibili, non sono prive di rischi e non eliminano il problema alla radice. Funzionano finché l’infrastruttura lo consente e finché il costo personale del loro utilizzo resta accettabile.
Il punto è che il controllo non viene eliminato: viene solo spostato.
🌐 Chi controlla il routing controlla la conversazione
Il cuore del problema è questo: non è solo cosa viene detto, ma se può viaggiare. Chi controlla routing, annunci, interconnessioni e punti di uscita decide se una comunicazione può arrivare fuori.
È un potere silenzioso. Non ha bisogno di bloccare ogni contenuto o censurare ogni messaggio. Può semplicemente rendere impossibile una comunicazione efficace. Ed è proprio qui che la narrativa “Internet è sempre libera” smette di reggere.
C’è anche un equivoco diffuso: proteggere il contenuto non significa garantire il canale. Puoi cifrare messaggi e file, ma se qualcuno controlla la rete può comunque impedirti di trasmetterli.
🛠️ Quando il controllo crea nuove vulnerabilità
Ogni livello di controllo aggiuntivo introduce complessità. E la complessità, in informatica, significa superfici d’attacco.
Infrastrutture centralizzate, sistemi di filtering, log retention estesa e traffic inspection diventano obiettivi appetibili. Più dati sensibili si concentrano, maggiore è il rischio di esposizione, misconfiguration e abusi.
Il paradosso è evidente: nel tentativo di aumentare la sicurezza, si costruiscono nuove fragilità.
🧭 Perché non riguarda solo l’Iran
Pensare che questi meccanismi siano limitati a regimi autoritari è una semplificazione comoda. Anche in contesti democratici cresce la tendenza a centralizzare, monitorare e intervenire in modo preventivo, spesso giustificando tutto con esigenze di sicurezza.
La differenza non è tecnica, ma giuridica e culturale. Tuttavia, una volta che l’infrastruttura è stata progettata per essere controllabile, la possibilità resta. E una possibilità tecnica, prima o poi, tende a essere usata.
🧨 Conclusione: Internet si spegne quando è stata progettata per farlo
Internet non viene spenta per errore. Viene limitata quando l’architettura lo consente e quando il contesto lo rende accettabile.
Il caso Iran dimostra che la resilienza non è solo una questione di uptime o ridondanza, ma di distribuzione del potere. Finché il controllo dell’infrastruttura resta concentrato, parlare di libertà digitale senza affrontare questi aspetti rischia di restare retorica.
Internet è un’infrastruttura tecnica e, come ogni infrastruttura, riflette le scelte di chi la progetta e di chi ne esercita il controllo.